lunedì 30 settembre 2013

Democrazia: una parola uguale per tutti?

ProgettoMondo Mlal e Cisv, due ong impegnate da circa 50 anni in progetti di cooperazione internazionale, hanno partecipato all’ultima edizione del Festival del Diritto che si è concluso il 29 settembre a Piacenza, per intervenire sul tema “Democrazia dell’altro mondo”.

Le reminiscenze di scuola, e qualche fugace ripasso sui testi di storia e di filosofia politica, danno il là alla nostra vicepresidente Ivana Borsotto per intervenire con una puntuale riflessione.
Ricordando infatti quanto il concetto e la pratica della democrazia siano variate nel tempo e che la democrazia degli antichi era molto differente da quella dei moderni, (quella Greca da quella dei Comuni del 1200, da quella della Rivoluzione francese e da quella dell’Ottocento e così via fino ai giorni nostri), Borsotto sottolinea quanto il concetto e la pratica della democrazia siano variabili anche in questi nostri tempi.
Oggi la democrazia sembra presentarsi come un set di vestiti. C’è quello rappresentativo, quello popolare, quello partecipativo, e quello assembleare. C’è quello plebiscitario e quello diretto, c’è quello esportabile e quello esclusivo ed elitario. Nei nostri giorni, per non pochi pensatori, il legame sociale non è più pensato o pensabile come un contratto razionale, come un sistema di regole, di norme e di procedure, capace di produrre e garantire un ordine. Piuttosto si tratta di un legame freddo, poco appassionante , un po’ ragionieristico e poco “cool”, come una democrazia per così dire oggettiva.
Al contempo, però, emergono dubbi sulla capacità della democrazia rappresentativa di affrontare con efficienza e in modo sostanziale i problemi delle trasformazioni strategiche, economiche e sociali a scala mondiale. E questo, o meglio anche questo, spiegherebbe l’apatia, la disaffezione, la sfiducia , gli astensionismi.
Al contrario, il legame sociale si starebbe configurando - per il ritorno della passione e delle passioni - come un patto emozionale, fondato sulla sensibilità, sulle amicizie, sui sentimenti pubblici , sulle affinità elettive, anche dei blog e dei social network, come una democrazia per così dire soggettiva.
Oggi le passioni sembrano animare grandi e piccole piazze di tutto il mondo con una intensità che da decenni sembrava perduta , pur tra contraddizioni e disordini e con esiti incerti. Ci si può quindi domandare quali siano le condizioni costitutive della democrazia , quali le costanti e quanto essa stessa possa cambiare. E ancora quale ne sia l’utilità, effettiva o percepita, per l'affermazione dei diritti politici, civili e sociali di tutti i cittadini e come strumento contro la povertà e la diseguaglianza oppure la sua criticità come attrito per processi decisionali che i tempi moderni richiedono sempre più tempestivi. Ci si può domandare se la democrazia presupponga l’assenza o la chiusura dei conflitti , o sia piuttosto un modo di valorizzare e ricomporre i conflitti. Si tratta di interrogativi di orizzonte molto ampio, ma di continua attualità.
Da un lato, infatti, negli ultimi decenni il numero degli Stati Sovrani si è quadruplicato ed è aumentata sensibilmente la percentuale di Paesi democratici: nei primi anni '70 era democratico il 20% dei regimi, incidenza che in questo primo decennio del 2000 ha superato il 50%. La democrazia si è spostata dal Nord, a Sud e a Est. Dall’altro, si sottolineano i crescenti limiti alle sovranità nazionali e si considerano nuove forme di governance, nuovi processi di partecipazione popolare e di formazione del consenso.
Si tratta di interrogativi che abbiamo pensato di cominciare ad affrontare domandoci se la democrazia sia, o sia ancora, uguale per tutti. Oppure se sia diversa, e sotto quali profili, in realtà diverse”.

ProgettoMondo Mlal e Cisv - impegnate nella promozione dei diritti umani, nel rafforzamento istituzionale, nel sostegno all'attivismo civile, nell'istruzione e, in una parola, in alcune componenti essenziali della democrazia in America Latina e Africa – non possono interrogarsi sul tema se non ascoltando la voce, le ragioni e le emozioni dei protagonisti della costruzione sociale e culturale della democrazia.
Conclude Borsotto: “Noi non realizziamo progetti “per”, ma progetti “con”. Le nostre attività di cooperazione sono elaborate e realizzate in piena collaborazione con le associazioni e le comunità locali, nella speranza che la democrazia possa essere affermata anche con un piccolo cambio di preposizione. La nostra voce è quindi quella della pratica della democrazia, che ne verifica e ne convalida la grammatica”.

Qui sotto le interviste da Haiti e dal Perù.
La prima è stata fatta a Suzy Castor, docente, storica e attivista per i diritti umani, che nel 1986 ha fondato il Cresfed, Centro per la Ricerca e la Formazione Economica e Sociale allo Sviluppo di Haiti.
La seconda dà invece voce a Francisco Ricardo Soberón Garrido, storico difensore dei diritti umani e attivista in Perù. Nel 1983 ha fondato Aprodeh, associazione nata proprio per la difesa dei diritti umani nel paese andino.





giovedì 26 settembre 2013

Mirko, in Bolivia con i giovani detenuti

Mirko Olivati, classe 1985, si prepara a raggiungere i giovani detenuti boliviani che popolano il Centro Qalauma.
Il giovane veronese, che ha già alle spalle varie esperienze di insegnamento e di attività educative rivolte ai minori, oltre che doppia laurea in sociologia della letteratura e in letterature comparate, è infatti stato selezionato da ProgettoMondo Mlal per un’esperienza di sei mesi nel paese andino con il Servizio Volontario Europeo.
All’inizio di novembre, Mirko lascerà quindi l’Italia per trasferirsi a La Paz fino al 30 aprile, dove affiancherà la nostra equipe locale nella pianificazione e gestione di workshop artistici con i giovani detenuti e di atelier ludico ricreativi nel primo carcere minorile di tutta la Bolivia,inaugurato da ProgettoMondo Mlal nel febbraio del 2011.
Il volontario, dovrà inoltre promuovere le attività di Qalauma nella comunità boliviana, aggiornando portale web e blog e comunicando quindi il lavoro svolto per il reinserimento nella società, utile all’intera collettività, di chi, non ancora maggiorenne, si è ritrovato a dovere fare i conti con la giustizia.
La Bolivia presenta un Indice di Sviluppo Umani tra i più bassi dell’America Latina. Il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. I giovani appartenenti alle classi sociali più vulnerabili sono a forte rischio di emarginazione e la criminalità è vista come una via d'uscita dalla povertà. Ai giovani detenuti viene spesso negato l'accesso a beni sociali primari: istruzione, salute e cultura, compromettendo così le loro capacità di reintegrazione. A fronte di ciò, ProgettoMondo Mlal e ISEAT collaborano alla piena inclusione di attività culturali nel programma di riabilitazione del Centro di recupero giovanile “Qalauma” di La Paz. In questo contesto, il progetto SVE “Giovani per Qalauma” offre a 2 ragazzi europei (uno italiano e uno polacco) la possibilità di essere protagonisti di un’esperienza formativa unica e stimolante.
La prossima opportunità, per i giovani italiani, arriverà nei primi giorni di ottobre, con la pubblicazione del bando per il Servizio civile in Italia e all’estero 2014 (con partenza in febbraio). I posti disponibili per partecipare all’esperienza tramite ProgettoMondo Mlal sono 16 (4 in Italia e 12 all’estero), e le destinazioni senz’altro affascinanti : dal Marocco al Mozambico fino alla Bolivia e al Guatemala. Per informazioni sul bando www.serviziocivile.itwww.progettomondomlal.org.

mercoledì 18 settembre 2013

Un chicco tira l'altro. Nuove ricette per il diritto al cibo

Una raccolta di ricette, interamente dedicate ai cereali, per sostenere le attività di ProgettoMondo Mlal che ruotano intorno alla sicurezza alimentare.
Si chiama “Un chicco tira l’altro” la prima iniziativa della seconda edizione di "Io non mangio da solo", la Campagna di ProgettoMondo Mlal che ha preso il via l’anno scorso per il diritto al cibo delle popolazioni del Sud del mondo.
Ancora una volta, a essere impegnata in prima linea, è la food blogger Virginia Portioli, più motivata che mai a continuare a dare una mano alla nostra organizzazione tramite il suo canale web, Lo Spilucchino.
Lo scorso anno siamo partiti dal pane, pensato come alimento primordiale e universale di unione tra i popoli. Quest’anno ci proponiamo di andare ancora più alle radici della terra, a sgranare chicco dopo chicco i cereali, stadio zero del mangiare quotidiano, motori delle economie locali e custodi di un patrimonio spesso dimenticato quale è la biodiversità.
Ad attendere chi vorrà dare il proprio contributo per assicurare un’alimentazione adeguata a chi ancora soffre di malnutrizione o denutrizione, non ci sono concorsi, né competizioni, ma solo lo stimolo del lavoro di gruppo, per rendersi portavoce dell’iniziativa, chicco dopo chicco.
Fino alla mezzanotte del 4 ottobre 2013, infatti, ogni appassionato di cucina o semplice buongustaio, potrà liberare la propria fantasia ai fornelli proponendoci una ricetta che valorizzi in particolare uno dei 12 cereali (tra veri e pseudo) elencati qui sotto, e allegando la foto del piatto realizzato.
Il contributo va inviato alla mail iononmangiodasolo_contest@mlal.org o contattando la pagina Facebook “Io non mangio da solo”.
Le migliori ricette diventeranno un calendario e un’agenda, e il ricavato dalla vendita di questi prodotti andrà interamente a sostenere i nostri progetti di sicurezza alimentare in America Latina e Africa.

REGOLAMENTO

Premessa: con la vostra partecipazione autorizzerete ProgettoMondo Mlal ad utilizzare il materiale che ci avrete inviato per la creazione di un calendario e di un’agenda 2014 (che riporteranno la vostra firma) per la raccolta fondi.

Come partecipare?

- Pubblicare sul vostro blog una ricetta dolce o salata che utilizzi uno (e possibilmente uno soltanto) di questi 12 cereali -alcuni veri e propri e altri cosiddetti “pseudo-cereali”*-, in forma di chicco, fiocchi o farina:

1. Mais
2. Frumento
3. Riso
4. Orzo
5. Farro
6. Quinoa
7. Amaranto
8. Grano saraceno
9. Segale
10. Avena
11. Kamut®
12. Miglio

- Pubblicare una foto che la rappresenti;
- E’ possibile partecipare con una ricetta già proposta nel blog a patto di ripubblicarla in un nuovo post che faccia riferimento a questa nuova raccolta per ProgettoMondo Mlal. Con l’occasione potete anche approfittare per scattare una nuova foto aggiornata;
- Inviare il tutto (testo e foto senza scritte e ad alta definizione) all'indirizzo mail iononmangiodasolo_contest@mlal.org insieme al modulo della liberatoria che potete scaricare QUI e segnalare il link del vostro post nei commenti qui di seguito. Se non avete un blog ma volete ugualmente contribuire, è sufficiente che spediate il vostro materiale all'indirizzo mail appena citato e, per sicurezza, segnalatelo anche qui.
Se avete piacere potete sostenerci e rimanere aggiornati sull’andamento della raccolta anche attraverso la pagina facebook del gruppo della campagna e quella più generale di ProgettoMondo Mlal.
- La scadenza è fissata per la mezzanotte del 4 ottobre 2013.
Le 12 ricette da calendario (ogni mese sarà dedicato ad un cereale) verranno proclamate il 16 ottobre 2013, Giornata Mondiale dell’Alimentazione.

Grazie per il sostegno che in ogni forma ci darete!

*Consapevoli che sia improprio definire tutti quanti “cereali”, concedeteci questa imprecisione per ampliare la raccolta e ricordare così alcuni chicchi altrimenti dimenticati.

Minori, il modello Qalauma oggi anche a Santa Cruz

In virtù dell’esperienza pilota realizzata da ProgettoMondo Mlal nel Centro di Qalauma, lo scorso 16 settembre, il ministro Carlos Romero, con il presidente della Regione Autonoma di Santa Cruz e il leader dell’opposizione Ruben Costa, hanno firmato un accordo per la gestione e il funzionamento del nuovo Centro di riabilitazione per adolescenti e giovani di Santa Cruz, ponendo così fine al lungo e acceso braccio di ferro che, a 7 anni dal relativo decreto presidenziale di apertura, aveva di fatto impedito l’avvio della struttura.
Il Centro sarà destinato al recupero di 140 adolescenti e giovani privati di libertà, tra 16 e 25 anni, ed è costato al governo autonomo regionale 2 milioni di euro. Il complesso è costruito su una superficie di 4 ettari e dispone di 400 ettari di terreno fertile utilizzabile per le attività produttive.
Il Centro “Nuova Vita Santa Cruz” nasce, e prende il nome, proprio in memoria della tragica storia della Granja de Espejos. Durante gli anni della dittatura, infatti, nel Centro di “recupero” Granja de Espejos, furono massacrati, e qui sotterrati dalla polizia, i cadaveri di 150 persone.
Su richiesta delle istituzioni nazionali e locali, ProgettoMondo Mlal è dunque da oggi impegnato nel trasferimento delle buone pratiche di riabilitazione e della “metodologia Qalauma” al nuovo Centro di Santa Cruz.
L’inaugurazione del nuovo Centro, a soli 2 anni dell’apertura di quello di Qalauma, costituisce un evento di grande rilevanza per chi, come ProgettoMondo Mlal, ha lavorato in questi ultimi 10 anni in Bolivia per sensibilizzare l'opinione pubblica e le autorità locali sulla sistematica violazione dei diritti umani della popolazione giovanile rinchiusa in carceri per adulti.

Roberto Simoncelli,
coordinatore ProgettoMondo Mlal Centro Qalauma, El Alto, Bolivia
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martedì 17 settembre 2013

1, 2, 3 Haiti! Un videodocumentario sul progetto Scuole per la Rinascita

In gennaio l’equipe della Kenzi Productions, guidata dalla regista Annamaria Gallone, e accompagnata dalla responsabile della Comunicazione ProgettoMondo Mlal, ha documentato la realizzazione dei lavori di ricostruzione nelle 4 scuole di Léogane distrutte o seriamente danneggiate dal terremoto del 12 gennaio 2010. Ciò che ha trovato e filmato è stata una comunità compatta e complice, estremamente motivata a sostenere le attività concrete del Progetto Scuole per la Rinascita e, quindi ad aiutare in tutti i modi, l’equipe tecnica nella ricerca dei terreni, nei lavori, nelle piccole attività di sgombero dei detriti e di assistenza in tutti i sensi.
Il motivo è intuibile ed estremamente caratterizzante della popolazione haitiana: una fiducia completa nella scuola come istituzione che accoglie e fa crescere i propri figli. Neanche i momenti più devastanti del post terremoto hanno infatti scoraggiato le famiglie dal mandare i propri figli a scuola, proprio perché era chiaro a tutti che soltanto ricominciando a giocare, studiare, parlare e crescere, i bambini avrebbero potuto superare il trauma che è stato (e rimane) il terremoto. Il video “1, 2, 3 Haiti” porta le testimonianze di quel fatidico 12 gennaio 2010 ma anche racconta l’entusiasmo ritrovato dei bambini, grazie anche alle nuove aule, cortili e orti scolastici in cui imparano le più elementari nozioni di produzione agricola e sicurezza alimentare.
Per chi fosse interessato a ricevere il dvd “1, 2, 3 Haiti” può farne richiesta a ProgettoMondo Mlal (045.8102105 – sostegno@mlal.org)

mercoledì 11 settembre 2013

Piccoli agricoltori, in attesa di tornare in classe

Arrivando a Leogane, una mattina di fine agosto, nel caldo torrido della pianura leoganese, guardo fuori dal finestrino e penso agli alunni della scuola di ASPAM che sto per incontrare.
La macchina entra nel primo cortile dove mi saluta sulla porta il tecnico del progetto Haiti Verde: Bonjou Valentina Kouman ou ye? Insieme scarichiamo il materiale dalla macchina: pale, picconi, annaffiatoi, sacchetti : oggi iniziamo i lavori per la costruzione di un piccolo vivaio per gli alberi da frutta dentro l`orto scolastico con i bambini. Un`attività pensata per non abbandonare gli orti scolastici durante le vacanze estive…nonostante il caldo! Entro nella scuola dell`Associazione di genitori di Mellier, in francese Association de Parents de Mellier - ASPAM e trovo la direttrice e il marito indaffaratissimi nel sistemare del materiale, costruire un piccolo magazzino, sistemare la stoffa per le divise a quadretti del prossimo anno.
Anche quest`anno, l`inizio della scuola è stato rimandato al 1° ottobre, come molti prevedevano. Il ministero lo ha comunicato quando ancora la data d`inizio era fissata al 2 settembre, e molte famiglie speravano in un posticipo per avere un po` più di tempo per trovare i fondi per pagare l`iscrizione. Purtroppo i giorni di scuola mi sembrano sempre troppo pochi per i piccoli haitiani e pare che si trovi ogni scusa per ridurli. C’è però anche l`altro lato della medaglia per le famiglie: la scuola costa. Nell`inchiesta che abbiamo svolto con gli agricoltori della terza sezione di Leogane, la scuola è la seconda spesa per importanza nella canasta famigliare, subito dopo il cibo. Oltre al costo della retta, che è comunque ridotto per le scuole comunitarie come quelle di ASPAM, ci sono la divisa, i nastri per i capelli, il cibo di tutti i giorni e i trasporti. Non tutti infatti vivono vicino a una scuola. Tantissime mattine ho visto mototaxi arrivare riempiti fino all`impossibile di bambini. Ne ho contati fino a 5 più l` autista.
Riemergo dai miei pensieri e una goccia di sudore mi scende lungo schiena. Ancora non mi sono mossa, ho solo fatto due chiacchiere di saluto e ho sbirciato tra la varie attività che mi ha illustrato in segreteria l`infaticabile Madame Ginette, la direttrice della scuola. Penso un po` preoccupata all`attività con i bambini…fa già troppo caldo, è possibile che non vengano.
Dopo i saluti tiro dritta verso le aule, attraverso il cortile di ghiaia sotto il solleone riparata dal mio cappello di paglia, incontro un bambino, due, tre.. penso sconfortata che saranno tutti i miei partecipanti… Valentina con quest`afa chi altro vuoi che venga mi dico tra me e me.
Poi improvvisamente mi arrivano le prime voci, seguite da qualche urletto e infine la confusione inconfondibile…sono loro! Entro in classe con gli attrezzi ancora in mano e trovo un`aula piena di bimbi seduti che aspettano che inizi l`attività e mi sorridono con gli occhi guardando pale e innaffiatoi. In fila per due prendono gli attrezzi e saltellando si incamminano vanno verso l`orto. L`agronomo del progetto, con la collaborazione degli insegnanti, li riunisce in circolo e distribuisce i sacchetti vuoti da riempire con terriccio e sterco mescolati insieme. Una prima attività manuale per sfogare un po` le loro energie. Tutti vogliono provare la pala e il rastrello!
Poi è la volta del ripasso di matematica e geometria : « allora costruiamo un rettangolo, chi si ricorda la forma? ». L`attività dell`orto scolastico è pensata per i ragazzi di 5ª e 6ª, cioè indicativamente tra i 10 e gli 11 anni ; d`estate però ci sono anche i fratelli più piccoli, quindi l`attività va ricalibrata per includere anche loro nella didattica. « Se un sacchetto misura 10 cm e la banda è lunga un metro quanti sacchetti mettiamo? ».
Ormai il sole è davvero forte e gli alunni iniziano a distrarsi ; qualcuno si mette a correre, qualcuno va a cercare l`acqua; altri incuriositi come sempre dal colore della mia pelle mi fanno qualche domanda : « blan, ma tu a casa parli inglese o spagnolo ?»…figurati se pensano all`italiano! Al massimo hanno qualche parente negli Stati Uniti o in Repubblica Dominicana, le altre lingue sono troppo lontane.
I volti grondano di sudore, ma sono ancora tutti lì, nessuno se ne vuole andare. Tiriamo fuori gli innaffiatoi e l`idea dell`acqua immediatamente ridesta tutta l`attenzione…come si innaffiano le piantine?
Bene per oggi è abbastanza.
-Torniamo domani?
-Ouiiiiiiiii

Valentina Policarpi
ProgettoMondo Mlal Haiti Verde

Da Baraccopoli a quartiere, una tavola rotonda a Vicenza

Architetti senza frontiere Veneto invita a prendere parte alla tavola rotonda "La transizione da 'baraccopoli' a 'quartiere' come processo di sviluppo locale" che si terrà giovedì 12 Settembre 2013 alle 17 nella loggia della Basilica Palladiana di Vicenza, nell'ambito della Città dell'Architettura n.1

Interverranno:
Loris de Filippi - Medici Senza Frontiere
Enrico Fontanari - Università Iuav di Venezia
Donatella Schmidt - Università degli Studi di Padova
Luca Zarri - Università degli Studi di Verona
Teresa Lapis - giurista, esperta di diritti umani
Rosalba Ferba - Asf Veneto
Modera Maurizio Pioletti - Asf Veneto

Nei paesi in via di sviluppo, a seguito di fenomeni demografici come le migrazioni di massa (dalle aree rurali a quelle urbane, per ragioni climatiche ed ambientali, per la fuga da conflitti, ecc.) nel corso della storia recente sono nati e cresciuti insediamenti, spesso spontanei, a volte “abusivi”, auto - costruiti dagli stessi migranti. Tali insediamenti, di carattere apparentemente precario e temporaneo, spesso si sono trasformati in permanenti senza alcuna forma di pianificazione urbanistica e territoriale.
L'assenza di pubblico e di governance dei processi di sviluppo urbano e territoriale ha favorito un'evoluzione autonoma di queste aggregazioni, slegata dall'economia locale e globale, la cui autosufficienza non le rende solo fatti incidentali ma sistemi abitativi dotati di un’intelligenza intrinseca seppur carenti di risorse e infrastrutture.
Dietro l’aspetto patologico (criminalità, condizioni igienico-sanitarie e disagio sociale) si nasconde, infatti, un sistema vitale che ha bisogno di sostegno per migliorare le proprie condizioni.
Politiche di inclusione ed integrazione sociale e cooperazione territoriale possono creare le condizioni per favorire processi di emancipazione e sviluppo, garantendo l'accesso all'acqua, ai servizi igienici, alla corrente elettrica, ad uno spazio vitale sufficiente e minimamente adeguato, oltre a garanzie sulla proprietà dei terreni e delle volumetrie ad uso abitativo, a cui si affianca spesso il raggiungimento del diritto all'istruzione, alla salute e dei diritti civili.
“La vera sfida non è sradicare queste comunità, ma smettere di trattarle come slums - che è orribile, spaventoso, criminale - e cominciare a trattarli come quartieri.” R. Neuwirth “Shadow cities: a billion squatters” 2004.
Lo slum incarna la rappresentazione fisica della povertà urbana, ma allo stesso tempo racchiude un patrimonio invisibile. Il nostro compito è rendere visibile l’invisibile, riportare alla luce il luogo di mercati, sogni e solidarietà che rende possibile la vita al suo interno.
A partire dal riconoscimento di valori locali condivisi e attraverso processi educativi e partecipativi, è possibile migliorare le condizioni di vita e sviluppare le micro-economie locali mediante una riqualificazione integrata non demolitiva, che permetta la ridefinizione degli spazi mediante nuove gerarchie in grado di generare senso di appartenenza ed identità.
Questa tavola rotonda intende quindi chiarire la genesi e la vita di questi insediamenti per riflettere sul loro futuro attraverso un'analisi storico-morfologica dei processi, strettamente correlata all'analisi dei modelli di sviluppo ed integrazione. Un’analisi capace di individuare gli elementi di funzionamento sistemico: i rapporti di gruppo, le connessioni interne, le relazioni verso la città, le attività presenti, le regole sociali interne e la distribuzione della proprietà nell'ottica di valorizzare i punti di forza esistenti a favore del miglioramento delle condizioni sociali, economiche ed ambientali e della crescita del livello di resilienza del sistema socio-ecologico.

venerdì 6 settembre 2013

Un campus in Guatemala per crescere insieme

Il progetto del campus in Guatemala nasce al Liceo Scientifico Gobetti Segrè di Torino grazie a un gruppo di studenti di 4° e 5° dei laboratori di “educazione allo sviluppo” di ProgettoMondo Mlal che, con entusiasmo e determinazione avevano chiesto di potersi impegnare in un’esperienza di scambio e di solidarietà. Giuseppe Cocco, insegnante, volontario e cooperante di ProgettoMondo Mlal, ha perciò proposto un percorso formativo realizzato nel corso dell’anno scolastico e, finalmente l’11 giugno di quest’anno, 13 studenti ed ex studenti hanno preso l’aereo per il Guatemala.
(le foto sono della studentessa Valentina Pesce)

Aspettative, sogni, ansie, paure, curiosità, ci hanno accompagnato fin del primo giorno. Poi, ma man mano che il tempo passava, ciascuno ha saputo mettere il meglio di sè a servizio degli altri. Sempre con entusismo e grande disponibilità.
I nostri ragazzi e l’equipe del Centro Educativo Monte Cristo di Chimaltenango ci hanno accolti con amicizia, mettendoci immediatamente a nostro agio. Così, presto, ciascun studente si è inserito nelle differenti aree del Centro impegnandosi nelle varie attività previste con i ragazzi del Centro.
Tutti, comunque, hanno fatto l’esperienza delle cucine, iniziando la loro giornata alle 6,00 di mattina e preparando insieme alle cuoche la colazione e il pranzo per la mensa dei bambini della scuola elementare e del Centro; altri, invece, già alle 8,00 erano nella Granja e dar da mangiare a galline, maiali, mucche, pesci, senza sottrarsi alla pulizia degli animali e delle stalle, alla raccolta delle uova e dei limoni e alla semina dei cipressi per riforestare alcune aree a rischio di frana.
Gabriele e Ludovico si sono impegnati in falegnameria a lavorare con i ragazzi per fare mobili, specchi o altri oggetti da mettere in vendita a Chiamaltenango per l’autosostenibilità delle attività del Centro.
Paola, Daniele e Valentina, sostituendo o affiancando la professoressa di inglese, si sono dati da fare per rendere la lezione più allegra e divertente.
Sofia, Carlotta, Martina hanno invece seminato le piante aromatiche e sistemato il piccolo vivaio creato per la riforestazione e l’alimentazione dei bambini.
Anita, Yara, Giorgia, Chiara e Alice, infine, si sono impegnate ad aggiornare le schede del Programma di sostegno a distanza e a fare le foto dei bambini per le famiglie che, dall’Italia, sostengono mensilmente le attività del Centro.
Tra le altre occasioni di scambio e formazione, abbiamo potuto fare una preziosa esperienza negli incontri con le promotrici di salute, nelle due giornate pediatriche programmate nelle scuole di due villaggi, durante le visite alla famiglie, entrando nelle case dei bambini sostenuti dal Progetto “Edad de Oro Montecristo”, e partecipando al concorso di disegno con i bambini della scuola di Mancheren, poi terminato con la premiazione di tutti i bambini, una grande merenda e una caotica partita di calcio.
Utili per tutti noi visitatori anche il laboratorio di pasta di sale per i bimbi della scuola primaria, le visite alle scuole, le sfide di calcio, basket, le canzoni e tutti gli altri momenti informali con le persone che ci hanno accolto e con cui abbiamo condiviso questa meravigliosa esperienza. Indimenticabile, infine, la pizza dell’ultimo giorno, preparata per 160 ragazzi sulle note delle nostre canzoni che più potessero raccontare loro della nostra Italia.
Accanto a tutto questo lavoro sociale non sono mancati nemmeno i momenti dedicati alle bellezze naturali e culturali del Paese, come la visita al lago di Atitlan, con i 3 villaggi raggiunti in barca e un rientro rocambolesco sotto una tempesta, alla città di Chichicastenango, con il suo mercato, i suoi colori e profumi indimenticabili, i riti maya e il sincretismo religioso che, dalla conquista spagnola, caratterizzano la religiosità popolare del Paese. E poi, ancora, la magia del Rio Dulce, le rovine maya di Copan e del Tikal -luogo speciale e unico, cuore della cultura maya antica.
I lunghi viaggi in pulmino osservando le bellezza naturali, ma anche cantando e giocando insieme, o le nottate ascoltando i racconti di Fredy sul periodo della violenza e della repressione, che ancora sono vive nella mente e nel cuore della gente, sono state per noi un’occasione davvero unica.
Torniamo quindi a casa arricchiti, coscienti di aver imparato tantissimo da questa breve, ma significativa esperienza, con la voglia di tornare e di lasciarci trasformare dai volti e dalle persone che abbiamo incontrato.
Per me, educatore e volontario, un’esperienza nuova, diversa da tutte la altre, ricordando il tempo in cui, molto più giovane, lavorando per ProgettoMondo accoglievo gruppi di visitatori in Nicaragua e Argentina. Un’esperienza ricca che accresce anche ProgettoMondo Mlal nelle sue sfide di oggi, consapevole com’è che, anche nel lavoro della cooperazione e dello sviluppo, occorra partire dai giovani, dai ragazzi, proprio perché più capaci di accogliere con semplicità ed entusismo le sfide che il mondo di oggi ci pone di fronte. Costruire ponti, come diceva il nostro ex presidente ProgettoMondo Mlal, il sociologo Enzo Melegari, rimane il nostro obiettivo principale e, dunque, anche nel “piccolo” di questo Campus, abbiamo messo un mattoncino in più per costruire amicizia e solidarietà tra popoli e realtà quotidiane.

Giuseppe Cocco
volontario di ProgettoMondo Mlal
insegnante IRC
Liceo scientifico Gobetti Segrè di Torino


Attenzione a non pensarli soltanto "poveri"

Scendendo verso sud, lungo la spina dorsale del continente americano, si incontra un Paese considerato come uno dei più poveri al mondo. Eppure la parola povertà è una parola duttile, piena di sfumature, controversa. Spesso le enormi difficoltà economiche con cui le persone convivono quotidianamente non corrispondono necessariamente a una povertà culturale e spirituale. A differenza dei Pasei cosiddetti sviluppati, dove la globalizzazione ha appiattito la cultura e reso sterili le radici delle popolazioni, omologando di fatto le società e le persone a un unico modello, il Guatemala possiede una ricchezza immensa che difficilmente si può cogliere leggendo solamente dati e statistiche.
Ed è forse ugualmente difficile coglierla in sole due settimane di soggiorno, ma ciò che mi è stato trasmesso in questi pochi giorni di lavoro e di gioco è stato immenso. Stare insieme ai ragazzi, condividerne le emozioni più semplici, come la timidezza o l’euforia, comunicare con qualche parola di spagnolo e più spesso a gesti, aiutare in cucina o lavorare in falegnameria, dare da mangiare agli animali della Granja, e vedere come la povertà, quella semplicità che non ha a che vedere con la miseria, possa corrispondere a un’umiltà, a una ricchezza e gentilezza d’animo, che non sono affatto comuni. Tanto meno dalle nostre parti.
Certo non succede ovunque e non a tutti, e sarei un irrimediabile romantico se affermassi il contrario.
Però no. Il Guatemala non è un paese povero e basta. Non è spiritualmente più povero del nostro, dove il materialismo ha preso il sopravvento e l’uomo è diventato un mero “consumatore”, un ingranaggio del sistema economico, il meno importante. Privo di valori, apatico, spesso aggressivo, egocentrico, e al tempo stesso continuamente insoddisfatto della propria vita.
Il Guatemala non è culturalmente più povero di noi, noi che abbiamo perso le nostre radici e con esse il nostro senso dello stare nel mondo, noi che abbiamo lasciato che la società di massa ci fagocitasse distruggendo le piccole comunità di persone per far posto all’individualismo, lasciandoci senza identità, soli nella città, persi nelle masse alla vana ricerca di uno status symbol che ci distingua.
La realtà possiede mille facce, dipende da quale si sceglie di guardare. Io ho deciso di cercare la realtà nelle persone: in Guatemala come qui in Italia.

Ludovico Dallavecchia

Il Guatemala sconosciuto ai turisti

Ciò che mi ha stupito di più in questo viaggio in Guatemala è la capacità, di chi è più ricco, di nascondere ai visitatori 'inconsapevoli' la propria povertà, di celare il contrasto tra due facce della stessa medaglia. Visitando solo le località turistiche si conosce infatti, un Guatemala molto diverso da quello prevalente: basta però fare 100 metri per vedere attorno a sé bambini denutriti che rincorrono qualcuno che possa donargli tre quezales in cambio di qualche cianfrusaglia; ragazzine che a 14 anni lavorano nei campi per mantenere marito e figli; genitori che insegnano ai figli a non avere sogni, perché tanto il futuro non prevede margini di miglioramento; contadini che, inginocchiati per terra, quasi imboccano d'erba i cavalli in fin di vita, allevati nella speranza che potessero contribuire all'economia famigliare ma che, denutriti come ogni altro membro della famiglia, risultano un ulteriore peso.
Per un turista che visita paradisi terrestri come il lago di Atitlan o il sito Maya di Tikal, è facilissimo ignorare le donne che ancora credono che lo strabismo sia segno di bellezza e quindi mettono due pallini colorati sul naso delle neonate affinché esse diventino strabiche e belle e così possano un domani trovare un marito, e poi le lasciano dormire tra quattro pareti di lamiera con le galline che mangeranno a cena in un giorno di festa.
È facile non entrare mai in contatto con bimbi che a 12 anni hanno ucciso un uomo per conto di qualcuno che ha regalato loro una pistola, come fosse un giocattolo. Bambini che fin da piccoli devono fare i conti con i gringos (stranieri dalla pelle bianca) cattivi, persone che li rapiscono e li portano via, persone da temere e odiare.
Ma queste persone si perderanno così anche l’incontro con i bambini che ti saltano in braccio, ti regalano fiori e frutti, ti assalgono gioiosi per farsi fare una foto o farsi regalare una caramella. Questi si perderanno le madri che per fare una semplice foto di famiglia con degli sconosciuti, fanno vestire a festa tutti gli undici figli.
Sebbene sia vero che in Guatemala ci sono appena 12 famiglie che hanno in mano quasi la totalità della ricchezza del Paese, e che al potere ci sia un dittatore che fa i comodi degli Usa tramite i soprusi dell'esercito, il Guatemala appartiene a queste persone, ancora giustamente legate alle proprie tradizioni, ma sempre più volte al futuro, al progresso, all'autonomia da chi li sfrutta nelle fincas; alle persone che accolgono a braccia aperte chi è disposto ad aiutare chi ha bisogno e a migliorare ciò che necessita di un cambiamento, senza giudicare, senza pretendere alcunché, soprattutto senza avviare progetti faraonici che, una volta terminati, fanno ritornare la comunità al punto di partenza.
Con i suoi generosi abitanti e i suoi magici paesaggi il Guatemala mi ha stregata.

Paola D’Ursi

Un pizzico di grinta e... cambieremmo il mondo!

Il Guatemala è un paese del Centroamerica la cui popolazione è costituita per il 60% da giovani. Mediamente in una famiglia ci sono 8 figli: dunque sono 16 le braccia che possono aiutare quelle dei genitori nel lavoro, ma anche 10 le bocche da sfamare con i prodotti di un appezzamento di terra che, di norma nei villaggi di campagna, abitati prevalentemente da contadini poveri, è piuttosto esiguo.
La parola “poveri” identifica infatti la stragrande maggioranza della popolazione guatemalteca, considerando che appena 12 sono le famiglie che detengono tutta la ricchezza del Paese. La classe sociale dei “poveri” si può dividere a sua volta in gradini, che costituiscono una piramide al cui vertice vi sono i poveri definibili “benestanti”, e alla cui base vi sono i miseri abitanti delle favelas che si cibano di scarti e sopravvivono tra malsanità e criminalità.
Nelle favelas, zone di periferia di grandi città dove si trovano costrette a sopravvivere famiglie di poveri, migrate dalle campagne in cerca di fortuna, le persone hanno perso la loro dignità: non hanno qualcosa in cui credere perché tutti i valori sono stati soffocati dalla fame e dalla sofferenza.
Le mafie prosperano e le armi circolano indisturbate, spesso anche tra le mani dei bambini. 8 bambini su 10 hanno ucciso qualcuno. Non è perciò così stupefacente scoprire che, ogni giorno in Guatemala, muoiono 17 persone ammazzate, anche se la guerra, con le sue liste nere, le sue stragi, i gringos è finita!
Mario Cardeñas e sua moglie Miki ne sanno qualcosa della guerra. L’hanno vissuta in prima persona e potrebbero stare ore e ore a raccontare la loro storia. Il nome di Mario compariva su una lista “nera” perchè con la sua attività nella cooperativa Katoki infastidiva la dittatura imperante e perciò andava eliminato. Visse per anni nascondendosi in una parte della casa isolata dal resto della famiglia così, se i soldati fossero venuti a prenderlo, non avrebbero ucciso anche Miki e i loro tre figli, Fredy, Alejandra e Mario José.
Fredy, il più grande dei tre, racconta che, al tempo, sua sorella che era molto piccola prima di andare a dormire si faceva leggere tutte le sere una fiaba dal papà. Un giorno quest’ultimo comprò un registratore e impresse sul nastro la sua voce, narrante alcune fiabe. Cosicché, anche se il papà non ci fosse più stato, Alejandra avrebbe potuto addormentarsi come sempre al dolce suono della sua voce. Fortunatamente la guerra non colpì nessuno della famiglia Cardeñas, che ha sempre continuato la sua lotta per un Guatemala migliore.
Oggi -spiega Fredy- il “rivoluzionario” è una figura ben diversa quella del “guerrigliero” che all’epoca aveva imbracciato le armi contro l’esercito del dittatore; in mano non ha più armi ma qualcosa di più utile per un Paese in cui vige ancora l’ignoranza: un quaderno e una penna.
L’educazione nelle scuole è infatti considerata la base fondamentale su cui costruire un nuovo Guatemala. Un Guatemala in cui i bambini possano sognare e creare, a partire dai loro sogni, progetti di vita per un futuro che abbia colori diversi da quelli delle piante di mais, di fagioli o di caffè tra le quali passano i loro giorni i genitori contadini. Un futuro che magari abbia i colori del legno, del ferro, dei tessuti, che i ragazzi imparano a lavorare nella scuola media Montecristo.
La situazione del Guatemala non è poi nemmeno così differente da quella italiana. Qui da noi, è vero, non ci sono le favelas, non c’è un tasso di mortalità giornaliero così elevato, l’ultima guerra è finita molti anni fa, ed esiste una classe media che, anche se con la crisi si sta sempre più assottigliando, fa in modo che non si crei un divario incolmabile tra ricchi e poveri. Ma in Italia esiste anche la mafia con i suoi immensi traffici di droghe e armi, esistono i campi rom dove le persone vivono in mezzo alla sporcizia e sono spesso vittime di discriminazioni, esistono molti politici corrotti che scaldano poltrone in Parlamento per fare solo i propri interessi, esiste il problema della disoccupazione e dei giovani, che già sono pochi e in più, non riuscendo qui a realizzare i propri sogni, se ne vanno all’estero, perché l’Italia non solo è un Paese di vecchi ma è anche un Paese per vecchi.
Dall’esperienza in Guatemala possiamo imparare a non rassegnarci e a credere in noi. In noi che possiamo sempre cambiare, migliorandoci, arricchendoci, in noi che dobbiamo avere il coraggio di portare avanti una lotta per lasciare ai nostri figli un mondo migliore di come lo abbiamo trovato. Basterebbe portarsi a casa un pizzico di quella grinta, di quell’energia positiva sprigionata dal discorso di Miki dell’ultimo nostro giorno in Guatemala per rendere il mondo un po’ migliore. Ne basterebbe soltanto un pizzico.

Alice Camoriano

A lezione di salute comunitaria

Personalmente ho avuto l’occasione di assistere, nel corso del nostro soggiorno in Guatemala, a una lezione sulla respirazione tenuta dal Dottor Mario Josè per promotrici e le promotori di salute di una comunità maya. L’ho trovata davvero molto interessante soprattutto per la modalità con la quale è stata eseguita: prima si è svolta la parte teorica e a seguire una parte più pratica.
Nella prima parte il dottore ha spiegato in maniera chiara, efficace e diretta la respirazione cellulare e la respirazione servendosi della lavagna e di alcune schede che aveva consegnato prima della lezione. Nella parte pratica, invece, ci siamo trovati ad essere noi stessi emoglobina, polmoni, cuore o cervello. Con un giochino piuttosto facile abbiamo dovuto provare ad essere ciò che ci era stato assegnato e trovare un giusto posto nel ciclo della respirazione. È stato divertente, ma soprattutto molto utile.
Quindi ho anche seguito il dottore all’ambulatorio della scuola Piero Morari dove era atteso per le consultazioni. Chi si è presentato alle visite denunciava vari sintomi, ma per lo più erano causati da una errata informazione in tema di salute. La malnutrizione, ad esempio, è un problema di cui si sente parlare molto spesso qui.
Il dottore mi ha spigato che, spesso, quando le persone si presentano alle visite hanno bisogno di spiegazioni su come mangiare correttamente e su come occuparsi adeguatamente del proprio corpo.
Un altro problema frequente è quello legato ai polmoni. La respirazioni a volte viene compromessa dall’ambiente in cui si vive, perché magari si cucina direttamente con il fuoco all’interno della casa non permettendo alla cappa di fumo di fuori uscire e compromettendo così l’ossigeno nell’aria. Durante la sua lezione ciò che il dottore ha cercato di far passare ai suoi pazienti è proprio che, attraverso una buona educazione, si può vivere meglio e in salute.
Mi ha colpito l’importanza effettiva dell’educazione sulla crescita della popolazione, mentre da noi si dà spesso per scontata. Qui in Guatemala una corretta educazione, un’educazione libera ed efficace, può significare davvero un cambiamento radicale, sia dal punto di vista della salute, che dal punto di vista politico e sociale.

Anita Garrone

Un viaggio come un meraviglioso film

È stato particolarmente difficile raccogliere le prime parole per scrivere queste poche righe di impressioni sul mio viaggio in Guatemala. Non che io non trovassi le espressioni giuste, o non avessi idee, o mi mancasse l’ispirazione. Volevo solamente tardare il più possibile l’inevitabile momento in cui mi sarei trovato davanti alla mia pagina bianca, da solo, nel mio melanconico alone di memorie, a lasciar fluttuare i mille ricordi di questi indimenticabili attimi andati, quegli istanti di gioia, di serenità e di pace, ognuno collegato a innumerevoli immagini, quasi a dover formare dei brevi video, piccoli clip della mia mente sigillati in dei cassettini nella memoria ed estraibili a comando.
Ma poi mi è bastato un click per tornare in quel paradisiaco posto. Un click per rivedere di nuovo i paesaggi mozzafiato di quel Paese, i suoi tramonti, i suoi laghi, i suoi vulcani, le sue piramidi maya; per potermi ritrovare nuovamente davanti al disarmante sorriso di una bimba che, superando le proprie diffidenze, accetta da un gringo (uno straniero bianco) una caramella all’arancia; per ritrovare le speranze di un mondo migliore impresse con una matita nel disegno di un bambino, e per sbattere davanti a quel tremendo slogan, “urge mano dura”, con sotto quel pugno chiuso, serrato, quasi a bloccare tante speranze.
Altre volte mi ritrovo io stesso all’interno del mio stesso video mentale, come un attore che interpreta una parte, magari a giocare una partita di calcio Guatemala-Italia sotto una battente pioggia, ridendo a crepapelle con tutti gli altri dopo essermi strappato completamente i pantaloni per un buffonesco scivolone a terra.
Mi rivedo a bordo di quel furgoncino, a cantare a cappella Fra Martino, a ridere e scherzare per delle battute sceme, a giocare interminabili tornei di briscola con il profe, o a chiedere all’autista Freddy, intento a salvarci le chiappe durante un hollywoodiano inseguimento armato, se avesse voglia di un panino.
Riesco ancora a rivedermi sul bordo di quella piscina, seduto con tutti gli altri ad ascoltare le incredibili storie di vita di Freddy e della sua famiglia, storie di persone forti che non hanno mai abbandonato la speranza, anche a un passo dalla morte: gente determinata e convinta che questo mondo pieno di contraddizioni si possa cambiare.
Interrompendo il mio flusso di coscienza prima di apparirvi troppo noioso, concludo ringraziando in particolar modo Beppe che mi ha dato la possibilità di fare un’esperienza magnifica che credo possa diventare un punto di svolta della mia vita, e tutte le persone straordinarie che ho avuto modo di incontrare in questo mio meraviglioso viaggio.

Gabriele Frascaroli

Che i loro disegni siano realtà

Non resta molto alla conclusione di questo viaggio, cominciato solo 10 giorni fa ma che sembra stia durando un mese. Qui il tempo sembra avere un corso differente da quello che abbiamo abbandonato temporaneamente a Torino. Si ha la sensazione che le giornate durino all’infinito.
Arrivata qui, pensavo di trovarmi su un altro pianeta, fra paesaggi che mi erano sconosciuti, in mezzo a persone completamente diverse da me, e da chi solitamente mi circonda. Le prime differenze erano anche le più banali: una diversa carnagione, diverse fattezze, diversi abiti e diverse lingue; ma dietro tutto ciò si nascondono soprattutto altre tradizioni, credenze e convinzioni. Inoltre qui non esiste una comunità, idioma o abito tradizionale che primeggi, ma solo la convivenza fra 22 etnie diverse.
Qui ho incontrato madri che, coi loro figli, costeggiano la strada portando sul capo pesanti ceste di frutta e sulla schiena ciocchi di legna; bambine senza scarpe che girovagano per il mercato, donne intente a spargere incenso sul piazzale di una chiesa, uomini che a ogni età conoscono la violenza perché ne sono vittime o autori.
Ma al di là delle tante differenze rispetto alla mia cultura, sono stata colpita maggiormente dalla realtà che ho scoperto osservando i ragazzini del Cemoc pulire la scuola da cima a fondo e salutarmi timidamente, o da bambini che mi hanno raccontato di trascorrere i propri pomeriggi a svolgere le faccende domestiche in case e cucine di lamiera, o ancora da mucche e cavalli con le costole a vista e banchi nei mercati ricoperti di carne quasi putrida.
La sorpresa è stata ancora maggiore quando ho scoperto che esiste un’altra faccia di questa realtà, dove a fianco delle favelas sovrappopolate si estendono città costruite sul modello di quelle che si trovano duemila chilometri più a nord, luoghi dove la povertà sembra assente e i turisti paiono essere gli autoctoni. Questa contraddizione mi ha profondamente colpita e riesco a spiegarmela solamente se ascolto le parole di chi, come Mario, ha vissuto le vicende più turbolente di questo Paese, vedendo migliaia di civili morire per aver rivendicato le terre che per anni hanno coltivato e una decina di famiglie prendere in mano tutta la ricchezza disponibile, sfruttando i propri connazionali, gestendo traffici illegali e lasciando il resto della popolazione allo sbaraglio e senza risorse.
A tutti loro è stata negata per decenni una vita dignitosa, specie ai giovani che non possono godere di un’istruzione sufficiente, non hanno la possibilità di sognare, hanno il destino già segnato per volere delle loro famiglie o perché non esistono le possibilità di cambiarlo.
Mi fa perciò effetto pensare che, nel nostro Paese ma non solo, si è lottato per riappropriarsi di diritti negati, quando qui l’unica arma per rivendicarli, ossia l’istruzione, è purtroppo in mano ancora a pochi che si battono perché tutti possano accedervi. Stamattina, su un foglio appeso alla parete della scuola Mancheren, ho visto scritto che “senza educazione non si può avere dignità ”, e ho pensato a quanto sia importante averne la consapevolezza, e a quanto sia difficile realizzare il sogno dei fondatori del Cemoc, entusiasti già solo del fatto di veder un maggior numero di ragazzine che a tredici anni portano sulla spalle dei libri, e non un niño in fasce.
In fondo siamo venuti qui proprio per essere spettatori partecipi delle attività della scuola, osservare quali sono le risorse che offre e capire i vantaggi dell’educazione che si prefigge di regalare. Penso che ciò sia un ottimo modo per comprendere quali siano i reali problemi che affliggono il Guatemala e quali le possibili soluzioni, soprattutto per quanto riguarda le difficoltà per uno sviluppo socio-economico del Paese, in particolare dell’area rurale.
Una cosa che apprezzato dell’intera formazione ricevuta dai laboratori di ProgettoMondo Mlal è il modo in cui questa Ong opera: fornendo un aiuto costruttivo basato sull’educazione, sulla costruzione dei mezzi per poter lasciare, a chi ha bisogno di aiuto, le possibilità di farlo da sé, anziché offrire un temporaneo salvataggio passivo che non garantirà mai ai diretti interessati di potere poi andare avanti autonomamente.
Ho avuto la possibilità di cimentarmi in svariate attività che, per un verso o l’altro, ho apprezzato molto, perché non si sono limitate a divertirmi, ma mi hanno arricchita e fatta riflettere.
In cucina ho potuto dare un piccolo contributo nella preparazione dei pasti e, in cambio, ho ricevuto il piacere di cucinare, imparare alcune ricette e alcuni vocaboli in spagnolo, toccare con mano l’entusiasmo degli alunni della scuola durante le ore dedicate alle “porte aperte”.
Durante un paio di lezioni di inglese sono passata, per la prima volta, dalla parte del banco a quella della cattedra e così ho potuto partecipare in prima persona a come si svolgono le lezioni e, soprattutto, vivere la partecipazione degli studenti. Ho trovato un clima accogliente e ragazzini attenti e, una volta superata un po’ di timidezza, pronti a chiedere di essere aiutati.
È stato ancor più interessante un altro tipo di contatto con i piccoli guatemaltechi adottati a distanza dalle famiglie italiane. Inizialmente attraverso una breve intervista che servisse a definire le condizioni in cui vivono e poi durante le visite nelle singole case che hanno rivelato la povertà e le difficili situazioni familiari in cui vive la maggioranza della popolazione guatemalteca. Ma se in quell’occasione, viste le raccomandazioni e l’imbarazzo, mi ero trattenuta dal fare domande o mostrare simpatia nei confronti dei bambini, oggi mi sono divertita a osservare una settantina di piccoli studenti impegnati a rappresentare quello che per loro potesse essere un mondo migliore. Sui loro fogli non ho visto traccia di armi, lacrime o povertà, che sono parte integrante della loro realtà, ma solo antropomorfi sorridenti, paesaggi naturali, bambini sorridenti in attesa dei propri genitori e scritte di pace. Suppongo che anche i bambini italiani avrebbero fatto altrettanto, e per questo trovo ancora più ingiusto che per questi bambini guatemaltechi possa essere soltanto un sogno, che possano anche non conoscere mai un mondo senza violenza, povertà e pericolo.
Data la situazione di disagio in cui è costretta a vivere la gran parte della popolazione, è probabile che questi bambini concepiscano ancora meglio di noi la distanza tra il mondo in cui vivono e quello che hanno riprodotto sulla carta! Ecco mi piacerebbe poter permettere loro di pensare che il loro disegno è realizzabile. Non dovrebbero pensare alla pace, alla salute e al benessere come a un’utopia.

Giorgia Curtabbi

C'era una volta il Paese del mondo migliore

C’era una volta un Paese bellissimo, pieno di cultura vitale e radici fresche, dove le differenze non esistevano e tutti vivevano in pace.
Sarebbe magnifico poter aprire una riflessione di viaggio sul Guatemala in modo tanto idilliaco, ma per quanto il Paese serbi in sè paesaggi mozzafiato e radici culturali a mio avviso immortali, le disparità e la violenza sono tangibili in ogni angolo e strato della realtà sociale.
Ancora oggi si possono annusare nell’aria i rimasugli di una violenza perpetuata nel corso degli anni, di una crudeltà così spietata da far pensare alla gente che basti un secondo, un solo battito di palpebre per veder sparire i propri figli, le proprie donne,i propri cari, portati lontano da persone ignobili, lontani dal mondo, da chi amano, dalla vita stessa.
Una realtà come questa non può che uccidere i sogni di chiunque: i nonni hanno ancora la paura negli occhi, gli adulti si sono arresi ancor prima di iniziare a combattere, e gli unici a cui resta uno spiraglio di sogno sono i ragazzi, bambini e adolescenti con sguardi penetranti che, mentre ti guardano, sembrano dire “io ce la farò, e se non ce la faccio almeno ci provo”.
La difficoltà più grande, senza dubbio, sta nel tenere sempre accesa questa minuscola fiamma, sperando che presto evolva in un grande fuoco: l’incendio dilagante del riscatto sociale e di altre possibilità, che non devono per forza essere gli stereotipi imposti dalla macchina mediatica che anestetizza menti e coscienze quotidianamente (poichè ben sappiamo quanto una massa ignorante sia funzionale al potere), semplicemente “altre possibilità” di un futuro migliore.

Martina Veronese

Non regaliamo pesci, ma il modo per pescarli

In queste due settimane abbiamo incrociato le nostre vite con centinaia di altre di cui sicuramente non sentiremo più parlare.
Mi chiedo che fine farà Elmet, il bambino di 10 anni pieno di cicatrici, che si autodefinisce “cattivo” e mima perfettamente sui compagni pestaggi e coltellate, o Annibal che a 9 anni non vede la madre da 6 e non ha mai conosciuto suo padre, oppure le decine di bambini che, affacciati alle porte di lamiera, spalancavano su di noi occhi curiosi e bocche affamate. Gli stessi che per la strada tendevano le manine a noi, bianchi turisti della loro realtà, alla ricerca di un dono, un dulce.
Queste semplici richieste, tanto, troppo simili alle tante che vediamo tutti i giorni a “casa nostra”, la parte cosiddetta “civile, industrializzata e democratica” del mondo, mi hanno fatto riflettere moltissimo, soprattutto dopo una lunga e ricchissima chiacchierata notturna con alcuni ragazzi e Freddy, tuttofare della cooperativa Katoki.
Freddy ci ha spiegato infatti quanto male possono fare a un Paese, ma in fondo anche a un singolo, i gesti di ingenua carità che spesso contraddistinguono noi “stranieri” in visita, e non solo. Il danno che per esempio provoca un’organizzazione di beneficienza (molte volte pure consapevolmente) nel donare denaro, è immenso perché non solo abitua la gente a ricevere, rendendoli eternamente dipendenti da persone che possono così disporre della loro crescita e della loro economia, ma impedisce loro di imparare, apprendere pian piano i metodi per ricrearsi l’autonomia e le conoscenze specifiche di cui ogni Paese disporrebbe. Fondamentalmente, non regalare un pesce all’affamato, insegna lui come si pesca!
Penso che sia fondamentalmente questo, accompagnato naturalmente ad altre cose, il motore che fa girare la cooperativa.
Trovo interessante e stimolante il metodo innovativo con cui gli operatori della cooperazione internazionale affrontano, e pian piano tentano di risolvere, le tematiche urgenti del Paese, partendo per l’appunto da una piccolo diritto, tante volte bistrattato e nascosto, calpestato e dato per scontato: il diritto all’istruzione.

Sofia Faravelli