venerdì 31 agosto 2012

Rock boliviano per il Centro Qalauma


La più famosa band rock pop della Bolivia, gli Octavia, si è esibita nel Centro Qalauma per festeggiare il primo anno trascorso dall'apertura della struttura riservata ai giovani trasgressori boliviani
 Nel corso della stata giornata, è stato anche presentato il nuovo progetto Liber'Arte, un programma realizzato nel Paese dalla nostra ONG e dall’ Istituto Ecumenico Andino de Teologia (ISEAT)e Regimen Penitenciario.
La band, che ha diffuso il ritmo rock boliviano nel mondo, con pezzi come "Azul Eterno", "Lentamente", "Aterrizame", "Viaje", "En Tus Lábios" y "Acércate", ha allietato la singolare giornata di festa con i suoi suoni, il suo carisma e un appassionato desiderio di partecipare a un importante momento di incontro con i giovani reclusi nella struttura inaugurata il 22 agosto dello scorso anno.
I componenti degli Octavia si sono dichiarati entusiasti di potersi esibire nel Centro Qalauma e condividere con i ragazzi le proprie esperienze, le proprie passioni e le proprie speranze entrando direttamente in contatto con una realtà complicata e ben lontana dai palcoscenici internazionali.

Prima dell’esibizione, la band ha incontrato direttamente i giovani trasgressori in un momento di interscambio di esperienze dal forte contenuto sociale, durante cui il gruppo musicale ha potuto conoscere più a fondo la realtà e la quotidianità dei giovani ospiti che, a loro volta, hanno avuto l'occasione di interagire direttamente con i loro idoli, conosciuti per testi e melodie e omaggiati con i poster appesi nelle loro stanze.
Gli Octavia,affascinati dal nuovo progetto Liber'Arte, che promuove l’arte per renderla un incentivo al reinserimento sociale e un importante strumento per il modello socio- educativo proposto nella struttura, hanno offerto gratuitamente la loro esibizione, fermandosi poi a firmare le magliette serigrafate dai ragazzi con il logo “Qalauma”.
In cambio i giovani reclusi hanno regalato a ogni artista uno dei braccialetti intrecciati a mano da loro durante le attività a Qalauma.

Vanni De Michele
ProgettoMondo Mlal
Casco Bianco Bolivia

martedì 28 agosto 2012

Qalauma, un anno dopo. Lontani dall'inferno di San Pedro


È incredibile che sia passato un anno da quando siamo usciti dal carcere di San Pedro.
Il trasferimento al Centro Qalauma, primo vero carcere minorile della Bolivia, è avvenuto esattamente il 22 agosto del 2011, dopo la costruzione della struttura iniziata circa 7 anni prima.
A distanza di un anno esatto, il 22 agosto scorso, si è svolta una cerimonia di ricorrenza che ha compreso un seminario sui risultati del progetto, e ha permesso a noi giovani reclusi di ricordare i momenti più importanti del trasferimento: quando l’equipe di Qalauma venne a parlarci per la prima volta del nuovo Centro e quando facemmo le prime visite alla struttura e per inaugurare il Centro non mancava che firmare un accordo tra il Regime Penitenziario, la Diocesi di El Alto e ProgettoMondo Mlal.
Nel 2010, ricordo che il carcere di San Pedro a La Paz – dove prima della nascita di Qaluama i minorenni scontavano la loro pena al fianco degli adulti - entrò in stato di emergenza per una rivolta dei detenuti dovuta a motivi legati alle condizioni dell’infrastruttura, alle condizioni degli ospiti e ad altre varie necessità dei carcerati.
Fu per questi motivi che nacque l’idea di scrivere direttamente al Consiglio del carcere di San Pedro sollecitando il fatto che ancora mancavano le condizioni per inaugurare il Centro e per trasferire i giovani. Venne deciso che fossi io a parlare.
Mi fu dato il permesso di andare a un incontro dove erano presenti il rappresentante del Ministero degli Interni, il Direttore del Regime Penitenziario, il Difensore del Popolo, i rappresentanti degli uffici istituzionali di psicologia, di lavoro sociale e l’assessore legale. Ascoltai i delegati parlare a lungo sulle necessità del carcere e poi fu il mio turno. Dissi che eravamo in contatto con il Progetto Qalauma già dal 2007, che in precedenza avevamo fatto qualche visita al Centro e spiegai che mancava solo la firma dell’accordo. Dissi: “noi giovani carcerati siamo invisibili”, e alla fine ottenni il loro appoggio.
Chiesi di fare l’accordo e, una volta firmato, di trasferirci a Qalauma dove avremmo potuto avere una vita dignitosa e lontana dalla droga. Le autorità si impegnarono a garantire il trasferimento dei ragazzi.
Ci informarono che il Regime Penitenziario prima di procedere doveva prendere alcune misure di sicurezza, per questo e altri motivi per alcuni mesi non accadde nulla. Ci fu anche una riunione con i familiari per metterli a conoscenza di come si sarebbe vissuto nel Centro riservato ai giovani trasgressori.
Il 22 agosto dello scorso anno la Direzione Generale del Regime Penitenziario elaborò la risoluzione amministrativa per i primi 28 giovani che arrivarono al Centro: io ero uno di loro.
Sapevo che avrei lasciato San Pedro ed ero felice, tanto da fare una festa di addio a quello che, dalla maggior parte di chi ci è costretto a vivere, viene definito “piccolo popolo, grande inferno”.

Kevin, giovane detenuto a Qalauma

Haiti, aspettando Isaac


L’apice di Isaac è stato raggiunto tra il pomeriggio di sabato e la domenica mattina: le piogge si sono prolungate fino alla domenica pomeriggio. La gran parte della città è rimasta senza elettricità.
Una prima visita in centro città, la domenica mattina, non ha rivelato danni catastrofici, ma molte sono state le vittime tra la popolazione che vive in condizioni precarie, soprattutto negli accampamenti umani che tuttora sussistono nella capitale.
Tra le zone più violentemente colpite le coste del Sud, in particolare del Sud-Est.
Sebbene la violenza del fenomeno sia stata contenuta rispetto al suo potenziale (la tempesta non si è trasformata come si temeva in uragano), il suo impatto sul Paese nel breve e medio periodo è rilevante.
Lunedì, il bilancio della situazione era di 19 morti e 6 dispersi, 22 feriti, poco meno di 16 mila persone evacuate, e di mille case inondate e 3 mila case distrutte e danneggiate. Il rischio di inondazioni e frane resta elevato: a Petit Goave, località del dipartimento dell’Ovest, tutti i fiumi sono straripati.
Il settore agricolo resta il più colpito in tutto il Paese, con ingenti perdite di bestiame e di piantagioni: danni dunque di medio periodo che aggravano la situazione produttiva del paese già resa difficile dalla siccità, e dunque peggiorano la situazione in termini di sicurezza alimentare.
Per giorni il Paese ha atteso il momento in cui si sarebbe abbattuta la depressione tropicale già ribattezzata “Isaac”. La tempesta proveniente dalla Martinica, si è spostata lentamente da Est a Ovest e, dopo il passaggio sulla Repubblica Dominicana e Haiti, si è diretta sulla Florida dove ha raggiunto il suo apice di intensità.
In questi casi, nell’isola che ospita la martoriata Haiti incombono rischi di differente natura e durata: morti e feriti tra la popolazione più vulnerabile, alloggi distrutti, infrastrutture e vie di comunicazione danneggiate, raccolti rovinati, inondazioni...
Nonostante tutto, la maggior parte della popolazione, soprattutto quella che vive in condizioni di povertà e di povertà estrema, rimane abbastanza estranea all’attività di prevenzione e preparazione. E sebbene l’atteggiamento potrebbe lasciare perplessi, spicca nella popolazione un fatalismo incredibile e giustificabile solo forse alla luce di un’esistenza perennemente vissuta in condizioni di rischio endemico e generalizzato.
Sono dunque i cooperanti e gli espatriati, le persone generalmente più preoccupate. Probabilmente perché meno pronte al rischio, o perché più consapevoli delle possibili conseguenze, e a volte anche per la maggiore inesperienza in fatto di fenomeni atmosferici in zona tropicale (il personale straniero va e viene dall’isola e mediamente non resta più di sei mesi), il che fa avvertire il rischio come più elevato.
E comunque le concause che potrebbero rendere l’impatto ancora più drammatico sono oggettivamente tante: l’elevata quantità di sfollati post-terremoto, l’endemica precarietà degli alloggi, e l’urbanizzazione selvaggia e incontrollata su pendici fragili e franose, il suolo impoverito e la deforestazione massiccia.
A Port-au-Prince alcuni intervistati, dall’apparenza inspiegabilmente tranquilla, affermano che in ogni caso, a essere investite, saranno le coste del Sud, senza calcolare che la distanza dalla capitale è minima. E che gli uragani in genere non seguono una direzione precisa e prestabilita.
Al fondo di tutto c’è anche la forte percezione religiosa che la popolazione locale ha nei confronti degli eventi atmosferici naturali, imprevedibili e non controllabili: una parte cospicua della popolazione è praticante, principalmente sono cristiani. Per loro è dunque considerato importante, a livello psicosociale e culturale, pregare e invocare il soccorso divino, singolarmente e in seno alla comunità, al fine di evitare la catastrofe o limitarne gli effetti.
Perché la popolazione è cosciente della propria impotenza, e l’affidarsi a Dio è dunque l’unica modalità con cui ci si sente di potere fare qualcosa, oltre che essere un modo per condividere il dramma o scongiurarne l’arrivo.
Dunque, nei giorni precedenti il 24 agosto, data annunciata per l’arrivo di Isaac, gli abitanti di Port-au-Prince attendevano senza troppa ansia tanto che, spesso, quando domandavo se non fossero preoccupati, faticavano anche a capire a cosa esattamente mi riferissi. Dopodiché, cominciavano a ironizzare sull’Alea e sul fatto che Isaac potesse colpire un’altra zona rispetto a quella dove vivono loro...
Alla vigilia, però, la gente (o, almeno, quella che ha i mezzi per permetterselo) affollava più del solito i supermercati. Anche tra i miei colleghi haitiani non è mancato chi, un paio di ore prima dell’orario fatidico, ha deciso di lasciare la capitale per raggiungere Petit Goave (in scalcinati bus pubblici). Ma, generalmente, per chi ha un alloggio sicuro la routine è proseguita normale fino a mezzogiorno, con uffici e banche aperte, gente in strada, regolarmente.
D’altra parte nella mattinata del 24 agosto su P-au-P splende un magnifico sole!
Verso le 11 inizia a soffiare il vento, la gente guarda il cielo, comincia a calcolare i tempi.
Gli impiegati lasciano gli uffici perché, spesso ci vogliono 3 ore per rientrare a casa a causa del traffico congestionato della capitale. E, a partire dalle 14, la tempesta potrebbe giungere in qualsiasi momento.
Per la parte di popolazione che vive in condizioni di povertà, questo fatalismo è ancora più palpabile. Sembrano ritenere che la tragedia possa essere affrontata soltanto dopo che si è verificata, e la cultura della prevenzione non sembra troppo radicata.
Inoltre a mancanza di reali possibilità e capacità di prevenire il danno, fanno sì che non si possa fare altro che attendere. E d’altra parte, spesso, viene annunciata una tempesta che poi non si materializza, inutile o impossibile interrompere ogni volta la routine e il ciclo di sopravvivenza quotidiano.
La concentrazione è dunque forte sull’immediato senza considerare che i danni potrebbero ripercuotersi nel medio periodo. Così le istituzioni si preparano per rispondere all’emergenza, ma il problema vero sarà dopo, con la paralisi causata dai danni alle infrastrutture, alle vie di comunicazione, alle coltivazioni, al commercio.
Il Segretariato di gestione dei rischi e disastri si è assunto un ulteriore sforzo, impegnando 2.000.000 di Gourdes (58 Gd= 1 €) per rispondere al possibile disastro e, in accordo con il Ministero della Salute pubblica, tutti gli ospedali dovranno restare aperti 24 h/24.
Attraverso la voce del Primo Ministro Lamothe, il governo haitiano incoraggia la popolazione a tenersi informata sull’evoluzione del fenomeno e sulle misure d’emergenza prese dal Governo. La stampa annuncia che sono stati allestiti 1.250 alloggi temporanei e attivati 3 mila volontari e 32 battelli di soccorso per soccorrere le vittime della potenziale tragedia.
Nonostante tutte le iniziative da parte di Protezione Civile e Governo, “la maggior parte delle vittime trovano la morte attraversando un fiume che si gonfia improvvisamente”, come denuncia la responsabile della Direzione della Protezione Civile.
Per questo motivo le istituzioni pregano la popolazione di non restare sorda ai consigli della Protezione Civile mettendo a rischio la propria vita.
Da parte nostra non possiamo che chiederci se realmente le campagne di sensibilizzazione arrivino alla gente, se l’informazione sia corretta diffusa con i mezzi appropriati, e se serva davvero  qualcosa.
Non c’è dubbio infatti che, di fatto, sono le stesse condizioni di vita e abitative che rendono massima la precarietà e la vulnerabilità della popolazione. 
Né possiamo nasconderci che l’enfasi sull’emergenza e la catastrofe, diffuse dalle Ong internazionali e dalle istituzioni sono anche un modo per tenere acceso e vivo l’interesse dei finanziatori internazionali sul Paese, visto che, da sempre l’emergenza richiama, e fa concentrare sul Paese, ingenti somme di denaro, più di quelle attirate dagli interventi di sviluppo a lungo termine.
E ora, qui, dai nostri alloggi sicuri, guardando il cielo che ingrigisce e il vento che soffia, ci chiediamo cosa ci riserverà questa giornata e cosa troveremo per le strade quando sarà passata di qui la tempesta. 

Petra Bonometti
ProgettoMondo Mlal Haiti

venerdì 24 agosto 2012

I tigrotti fanno squadra!

«Per valorizzare il significato sociale che può ricoprire il calcio abbiamo aderito con gioia al progetto Chievo-Perù che vedrà la realizzazione di un impianto sportivo in Perù per i bambini meno fortunati». L’annuncio alle centinaia di tifosi presenti del Terracina Calcio è stato dato il 21 agosto dal presidente della società laziale, Luca Meineri. Presente sul palco della manifestazione con cui veniva resa nota la nuova formazione e aperta la campagna abbonamenti per la stagione 2012-2013, anche Roberta Morosillo che, in rappresentanza di ProgettoMondo Mlal, ha spiegato nel dettaglio l’iniziativa di solidarietà internazionale che la nostra Ong sta promuovendo nella periferia di Lima, ad Amauta, a favore dei bambini lavoratori che al momento non dispongono di uno spazio di gioco né per l’attività sportiva. Con i fondi raccolti in collaborazione con la squadra Chievo-Verona, e di quanti vorranno aderire, ProgettoMondo Mlal costruirà una piastra polifunzionale, servizi e spogliatori, e riadatterà alcuni locali per lo studio e la ricreazione degli adolescenti del quartiere.
Entusiasta anche il tecnico Alessandro Cucciari che si è detto anche un po’sorpreso: «Avevo capito che Terracina poteva contare su una tifoseria importante ma –ha ammesso- non pensavo fino a questo punto».
Dopo avere acquistato per tutta la squadra le magliette del Progetto Chievo-Perù, la società del Terracina ha ora anche deciso di donare alla realizzazione dell’impianto sportivo in Perù 2 euro di ogni abbonamento sottoscritto e di iscrizione alla Scuola calcio.
Roberta Morosillo di ProgettoMondo Mlal ha poi spiegato, alla presenza del sindaco di Terracina Nicola Procaccini l’attività che da oltre 40 anni conduciamo in Africa e America Latina, ponendo un accento particolare sull’impegno nei confronti delle giovani generazioni del Sud del mondo “per dare loro –ha spiegato- speranze e soprattutto mezzi concreti per affrontare le sfide del cambiamento”. Morosillo ha approfittato della bellissima occasione pubblica per portare un ringraziamento speciale da parte di tutto lo staff di ProgettoMondo Mlal al Terracina Calcio e per
avere deciso di “scendere al nostro fianco e al fianco del ChievoVerona per giocare una importante partita di solidarietà”.
A dare colori, immagini e un tocco di Perù alla platea di Terracina è stato infine il breve spot girato per il Progetto in Perù in cui, gli adolescenti di Amauta, mostrano il quartiere dove vivono e il campetto dove oggi giocano maschi femmine, a calcio, pallavolo o pallacanestro…
Lo spot è stato seguito dal forte applauso del pubblico a testimonianza di quanto la scelta del Terracina Calcio sia stata apprezzata molto anche dai suoi tifosi.
A conclusione della manifestazione il presidente del Terracina Luca Meineri che, tornato sul palco, ha rinnovato per il futuro l’impegno della società e sottolineata ancora l’importanza di dare lì dove manca, e di “fare squadra” per aiutare i ragazzi che hanno meno opportunità.

mercoledì 22 agosto 2012

8 settembre a Trento. Il futuro che ci sta a cuore

Il progressivo sostituirsi dell’economia alla politica nella determinazione delle scelte che orientano il nostro futuro, è un dato che rileviamo ormai anche dalla cronaca quotidiana che ci riporta continuamente l’inventario dei fallimenti della politica invocando l’azione di tecnici e di nuovi referenti che siano “fuori” da essa.
Un tema, questo, che sarà affrontato nel consueto Primo Piano di ProgettoMondo Mlal – che si svolgerà sabato 8 settembre al Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale in Vicolo San Marco 1 a Trento, in occasione di un percorso sulle grandi questioni ambientali.
Un’opportunità di incontro e di approfondimento che, con l’impegno dei nostri collaboratori, la nostra organizzazione propone a soci e simpatizzanti e che il presidente di ProgettoMondo Mlal, Mario Lonardi, presenta con una riflessione introduttiva.
“Molti di noi si sono imbattuti con l’indifferenza o, peggio, con la riluttanza e l'irresponsabilità di alcuni decisori politici, spesso fortemente condizionati da potentati economici.
Questi soggetti sostengono una “logica del mercato” che pervade la nostra società e che si è molto spesso dimostra indifferente al grido di sofferenza e di ribellione che si alza dai quattro angoli del pianeta pur di conservare i privilegi acquisiti anche attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali dei Paesi poveri e delle loro popolazioni”.
Alle persone che reagiscono a questa ingiustizia, proponendo alternative concrete e perseguibili, si sommano quelle che aspirano a società più democratiche e partecipative. Riprende il presidente di ProgettoMondo Mlal: “Costoro sono spesso perseguiti da chi detiene il potere decisionale e sottoposti a restrizioni delle libertà individuali e collettive, a continue e reiterate violazioni dei diritti, a logiche che, perseguendo la massimizzazione del profitto, continuano a minare i loro sforzi per costruire un mondo migliore per tutti e un futuro sostenibile per le future generazioni”.
È in questo contesto che si è tenuta la Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile (RIO+20), conferenza che, secondo Lonardi, “molti osservatori hanno dichiarato conclusa senza raggiungere risultati concreti e impegni vincolanti capaci di favorire lo sviluppo sostenibile, sradicare la povertà e far fronte al peggioramento della crisi ambientale, le cui conseguenze gravano soprattutto sulle popolazioni povere del sud del mondo e meno responsabili di questa crisi”.
Uno dei motivi del fallimento starebbe nel fatto che ogni paese ha partecipato alle sessioni negoziali valutando le proposte e i vincoli della comunità internazionale sulla base dei propri interessi, individuando l’opportunità di sviluppare attività di "green economy" più come nuove aree di business che come strumenti adatti ad affrontare la crisi in atto e a garantire lo sviluppo sostenibile combinando la crescita economica con la tutela dell'ambiente.
Cosa salviamo quindi di Rio+20?
Il partenariato con imprese che vivono nella logica del mercato è possibile e potenzialmente fruttuoso per un lavoro di cooperazione nella prospettiva di una società più sostenibile e solidale?
Come si può evitare il rischio che la green economy contribuisca a realizzare solo operazioni di facciata, lasciando di fatto immutato un paradigma di sviluppo ad oggi basato sulla crescita, sul consumismo, sull'assenza di responsabilità riguardo ai limiti delle risorse naturali, e che accresce le diseguaglianze tra le popolazioni povere e quelle ricche del pianeta?
Quali saranno gli indirizzi dei decisori politici internazionali in merito alle politiche di cooperazione e quali saranno le priorità poste per i soggetti che operano in questo contesto?
Durante Rio+20 si è svolto il vertice parallelo"cupula dos povos": esiste una possibilità parallela, una via della società civile, delle popolazioni indigene e delle organizzazioni, al di fuori della politica dei governi?
Una serie di domande a cui si cercherà di trovare risposte nel fine settimana a Trento, grazie alla collaborazione del Centro di Formazione Solidarietà Internazionale e all’aiuto di relatori esperti quali Massimo De Marchi, Egidio Dansero e Lorenzo Bellu che solleciteranno i presenti con i loro contributi.

Nampula, tra povertà e delinquenza

Imparare a vivere a Nampula non è così semplice e immediato.
Quando sono arrivata, quasi tre mesi fa, non riuscivo minimamente a percepire come fosse la realtà. Accolta da volti che subito si sono rivelati amici, ho vissuto il primo periodo in una sorta di bolla di sapone, protetta e rassicurata. La mia mente e i miei occhi assorbivano e incameravano tutto quello che mi circondava indistintamente e i rumori avevano tutti lo stesso valore.
Con il passare delle settimane ho però iniziato a distinguere i profumi dagli odori, i suoni dai rumori e gli sguardi semplicemente curiosi da quelli decisamente poco innocenti.
Camminare per le strade può essere un rischio e anche guidare la macchina con i finestrini abbassati è comunque un invito rivolto a coloro che sfidano la sorte tentando di sottrarre borse, portafogli o qualsiasi oggetto di valore a chi è distratto e magari preso a chiacchierare.
Le regole base per non andare incontro a un potenziale “assalto”, sono quindi ferree: non indossare oggetti che luccicano, tenere la borsa a tracolla, girare con pochi soldi e solo con le copie dei documenti (gli originali è meglio lasciarli a casa). Anche il cellulare è meglio non dia troppo nell’occhio e sia di quelli poco sofisticati e basilari e, se possibile, è meglio essere sempre in compagnia.
Quando qualcuno tenta di sottrarti la borsa per la seconda volta in 3 giorni e al contempo senti di altri racconti simili, pensi a quanto sia importante fare prevenzione e investire tempo e denaro in progetti come quello che ProgettoMondo Mlal sta portando avanti in Mozambico, Vita Dentro, per lavorare a fianco dei detenuti e migliorare le loro condizioni di vita all’interno delle carceri favorendone anche il reinserimento sociale.
A convincerti, più delle statistiche, è proprio il fatto di vivere sulla tua pelle l’insicurezza e la costante sensazione di essere un possibile bersaglio.
Nampula, figlia di una terra meravigliosa che ha vissuto secoli di occupazione e anni di guerra, porta il peso di una povertà che fatica a scomparire, ma che rischia di confondersi e annullarsi tra i pensieri e diventare stagnante normalità. E a certe immagini sarebbe bene non fare mai l’abitudine.

Martina Adami
cooperante Vita Dentro
ProgettoMondo Mlal Mozambico

giovedì 16 agosto 2012

Dalla Bolivia in Italia, con la voglia di ricordare emozioni e paesaggi

Mi trovo solo nella stanza del nostro hostal in quel di La Paz, e ripenso all’incontro con Riccardo Giavarini, cooperante del ProgettoMondo Mlal che da oltre trent’anni vive in territorio sudamericano.
In una sala gelida e poco illuminata all’interno dell’ufficio del ProgettoMondo Mlal, Riccardo – che per il suo impegno è stato premiato dal presidente Napolitano nel 2011 – ci ha narrato (a me e al resto dei giovani piacentini arrivati in Bolivia con l’organizzazione veronese) la sua esperienza in terra boliviana, le difficoltà, le scelte e le piccole soddisfazioni che scaldano il cuore e ti fanno andare avanti, insieme a un’incrollabile fede religiosa. Riccardo, nonostante i tanti anni trascorsi in questo contraddittorio Paese, piange quando il suo racconto si sofferma sulle ragazzine di El Alto(periferia di La Paz, ormai municipio a sé stante), costrette a prostituirsi per portare a casa qualche moneta, costrette a prostituirsi per soddisfare gli istinti animali di auctotoni o gringos, dove la polizia non interviene per porre fine all’efferata situazione, ma anzi alimenta il giro cercando di guadagnarci su, tanto per arrotondare il magro stipendio. Sono lacrime di rabbia, impotenza, dolore. Sono lacrime di uomo che come tanti altri nel suo settore non ha mai giorni di riposo, non ha molto tempo da dedicare alla famiglia, non ha ore per staccare la spina e isolarsi; di chi vive sempre tra gli sconfitti, tra gli esclusi di una già povera e ostile società.
L’incontro è ricco di contenuti, la mente fa fatica a elaborare il tutto, sollecitata da mille imput ed emozioni. A un certo punto, Riccardo si alza, chiede scusa, deve andare: i volontari di Qalauma( primo centro in Bolivia di reinserimento nella società per giovani tra i 16 e i 21 anni) necessitano di un passaggio per ritornare alle proprie case. Tocca a lui. Sono le 18.30 di un sabato come molti. Anche oggi finirà di lavorare a notte inoltrata.
Sempre all’interno di una stanza fredda(le basse temperature nelle case sono una costante), Aurelio Danna, coordinatore Paese e anche figura di riferimento del progetto Qutapiquina, e il giovane casco bianco Vanni tirano le somme del nostro viaggio, soffermandosi su alcuni punti e complimentandosi con il gruppo che, modestia a parte, si è in effetti comportato nei migliori dei modi tra le varie vicissitudini del viaggio. Ma la positiva sententia è dovuta soprattutto all’attenzione rivolta ai vari progetti ideati e scritti dal ProgettoMondo Mlal, e alle varie storie che tra una strada sterrata e l’altra abbiamo avuto il privilegio di incontrare.
La discussione e l’analisi si sofferma soprattutto sull’ultima settimana, divisa tra Cordigliera di Apolobamba e Lago Titicaca. Due spazi, due territori completamente diversi che anche temporalmente sembrano lontanissimi e invece vissuti intensamente nel giro di pochi giorni.
Mai al di sotto dei 4800 metri, la zona andina da noi esplorata sembra un degno set per un film o un romanzo d’avventura: zona di minatori e di frontiere, di contrabbando e di assalti, di lotta e di contesa tra Bolivia e Perù. Piccole comunità abitano questi sconfinati e affascinanti luoghi, dove il cielo sembra sempre più vicino e le condizioni climatiche possono cambiare da un secondo all’altro. In lontananza si vedono alpaca, a un’altitudine minore qualche vigogna.
Da queste parti, ProgettoMondo Mlal ha avviato infatti un progetto innovativo, con il sostegno dell’Unione Europea, che unisce alla tutela del territorio la possibilità per determinate comunità di avviare un’attività economica sostenibile e responsabile, basata sulla produzione di fibra appunto di vigogna e alpaca.
Un lavoro meticoloso, difficile, che non tutti sanno fare. Le comunità della zona si contendono l’entrata nel progetto, ma le selezione è ardua. Il tutto è partito da soli sei mesi, Aurelio e Vanni insieme ai compagni locali hanno ancora molta strada da percorrere. In un futuro magari non troppo lontano si pensa a un centro polifunzionale, non solo di raccolta della fibra “eschilata” (termine castigliano per indicare la tosatura dei camelidi), ma anche di realizzazione di prodotti finiti, ora venduti solamente nelle singole e sperdute comunità.
Dimenticavo: tra un acquisto e l’altro di bellissime mantelle e sciarpe lavorate rigorosamente a mano, abbiamo raggiunto i 5030 metri d’altitudine. Tutto documentato, anche i respiri affannosi.
Ore 6.30 del mattino. Il sole spunta e con una luce pura che non ricordavo nemmeno più, inonda il lago Titicaca e le vette della cordigliera che in lontananza si scrutano. La splendida visione ripaga della fatica del viaggio, del percorso compiuto per arrivare a questo grande bacino chiuso, il più alto del mondo a quasi 4000 metri. Vanni ride nel ricordare la seconda ruota bucata dopo il Salar, la benzina che forse c’è, ma è più probabile che non ci sia, la dubbia sicurezza di piccole barchette stipate di turisti che portano all’Isla del Sol, al centro del lago, la fatica di noi viaggiatori (ci tengo a specificare, non siamo stati normali turisti!) che alla fine della giornata andiamo a letto alle 21 spaccate, distrutti da camminate per noi fino a quel momento impensabili. L’alba ha cancellato ogni stanchezza, più o meno. Non racconterò della festa del “campesino” che ha visto sfilare gli alunni del collegio dell’isola con abiti stupendi, sgargianti, tradizionali; non racconterò nemmeno del paesaggio mozzafiato da cui gli occhi non riuscivano più a staccarsi o delle meraviglie archeologiche risalenti agli Inca; tutto è concentrato nella personalità e nel volto di don Esteban, la nostra guida, nei suoi racconti, nei suoi gesti, nelle sue convinzioni e nelle sue lotte. Nella propria comunità (ce ne sono tre sull’isola), i turisti sono visti con un po’ di diffidenza, se non proprio con ostilità: vengono qui, si accampano gratuitamente, lasciano rifiuti vari, non aiutano la gente del posto oppure arrivano e immediatamente ripartono, stretti da tempi incombenti dettati da agenzie di viaggio estere che propongono visite lampo senza approfondire alcunché di questo mistico e sacro luogo andino. Come dargli torto.
Questo turismo, ci spiega il professor Esteban, archeologo e antropologo, ha lacerato le comunità, le ha divise; due hanno sposato la tipologia sopra delineata. Il turismo dei grandi numeri e del non rispetto del luogo. La nostra guida sta portando avanti con ProgettoMondo Mlal un faticoso percorso di accettazione all’interno della sua comunità di un modo diverso di fare turismo, rispettoso dei costumi e delle abitudini, in cui il visitatore si prenda il tempo necessario per scoprire e conoscere, in cui ci si veste adeguatamente data la sacralità del luogo e si offre parte del proprio soggiorno per dare una mano agli abitanti, indaffarati nelle attività fondamentali come la pesca e l’agricoltura.
Esteban ci ammalia con le parole, le sue storie, e in lui troviamo sincera essenzialità, amore per la comunità e tutta la bellezza dell’Isla del Sol.
La stanza è sempre fredda, riemergono ricordi e visioni vissute da poco, ma che sembrano molto indietro nella linea del tempo. Ci attendiamo una sorpresa, magari il dono di altri giorni nella terra del Presidente Evo perché c’è ancora troppo da vedere e da scoprire. Ma non è così, anche se quello che diamo alla Bolivia, più che un adios, è un arrivederci.

Alberto Rossi, giovane viaggiatore piacentino che, insieme a Federico Maccagni, Emanuele Mazzocchi, Cecilia Tirelli e Giulia Antozzi, è arrivato in Bolivia con la storica volontaria di ProgettoMondo Mlal, Danila Pancotti nell’ambito del progetto Kamlalaf patrocinato dal Comune di Piacenza per promuovere percorsi formativi che portino i giovani a confrontarsi con sé e gli altri.

Leggi gli articoli usciti sulla stampa locale:

lunedì 13 agosto 2012

In Perù un concorso giornalistico sulla migrazione

Un concorso nato per sviluppare una coscienza giornalistica sulle tematiche relative alla migrazione. E per fare emergere, attraverso gli operatori della carta stampata, un fenomeno ricorrente e poco conosciuto nella regione andina di Junín: la migrazione internazionale.
Si chiama “Juní, esportando sforzo e affetto” il primo concorso giornalistico che si è appena concluso a Huancayo, città dell’Altipiano centrale del Perù, culminato il 6 agosto con la premiazione degli articoli vincitori.
Dopo l’inaugurazione della campagna “Migrazione informata, migrazione sicura”, lanciata da ProgettoMondo Mlal con la collaborazione dei partner locali, l’Ong Forum Solidaridad Perù, nell’ambito delle attività del Progamma Perú Migrante promosso nel paese andino dalla nostra organizzazione, ha voluto organizzare anche questo concorso che, a livello generale, si inserisce in quadro più ampio di sensibilizzazione e informazione verso tematiche e problematiche migratorie.
Il concorso ha suscitato forte interesse nell’ambito comunicativo locale, coinvolgendo diversi giornalisti impegnati nella comunicazione sociale e non.
Il tema proposto era appunto quello della migrazione nella regione Junín, con un approccio basato sui diritti umani e sull’interculturalità.
Dai lavori dei partecipanti è emersa una parte nascosta della migrazione, o meglio, poco conosciuta, ma fortemente insita nelle decisioni di chi emigra. È il lato umano della migrazione, fatto di scelte dolorose, che implicano l’abbandono dei familiari, dei propri affetti, dei luoghi conosciuti, per immergersi in realtà nuove, spesso discriminatorie, fatte di incertezze, di paure, alla ricerca di un nuovo progetto di vita. E non solo i sentimenti contrastanti di chi parte, ma anche di chi resta, delle famiglie, che spesso non sono preparate ad affrontare la separazione di un proprio caro.
Questi aspetti, molto spesso non considerati quando si affronta la tematica migratoria, vengono riassunti dall’autore dell’articolo vincitore del concorso, il giornalista freelance Carlos Enrique Bolaños Huamán: “Viene data poca importanza alle emozioni e ai sentimenti che si creano nell’emigrante e nella sua famiglia, quando chi emigra deve lasciare non solo la propria città, ma anche le proprie usanze, ricordi, abitudini, per affrontare una realtà diversa e a volte ostile”.

Carlo Giordano
Casco bianco ProgettoMondo Mlal Perù